Il Crogiuolo

Umbanda – Quimbanda

ESCRAVA ANASTACIA

by on mag.25, 2012, under Spiritismo, Umbanda - Quimbanda

La Escrava Anastasia (Pompeu, 12 maggio 1740 – data e luogo di morte incerta) è una figura religiosa di devozione popolare brasiliana, a cui la pietà popolare attribuisce moltissimi miracoli.  L’esistenza di Anastasia è, ad oggi, messa in discussione dagli storici e dagli studiosi perché, secondo questi, mancherebbero documenti certi della sua esistenza, tuttavia il suo mito e la sua storia sono invece ben solidi nella cultura del paese e poco importa se non esistono documenti scritti, la fede ha arricchito la storia di questo personaggio di aneddoti e la speranza ne hanno fatto una delle sante del popolo più amate.
Il culto vero e proprio ebbe inizio nel 1968 (Anno Internazionale dei diritti dell’Uomo decretato), quando in una mostra della Chiesa del Rosario a Rio de Janeiro, per onorare il novantesimo anniversario della soppressione della schiavitù, venne esposto un disegno di Etienne Victor Arago che rappresentava una schiava del Settecento con indosso una maschera di ferro (metodo usato nelle miniere d’oro per evitare che gli schiavi inghiottissero il metallo).
Nell’immaginario popolare, la Escrava Anastasia venne condannata ad indossare la maschera da un proprietario di schiavi irritato per il rifiuto di Anastasia di soggiacere a rapporti sessuali con lui. La maschera avrebbe dovuto essere rimossa solo durante i pasti, la donna sarebbe morta per i maltrattamenti in data sconosciuta.

CHI ERA ANASTASIA

Nel mondo della spiritualità di frontiera brasiliana ed in quello cristiano in molti si sono chiesti chi fosse realmente questo personaggio. Il suo calvario avrebbe avuto inizio il 9 aprile del 1740, con l’arrivo, a Rio de Janeiro dell’ennesima nave proveniente dall’Africa con centododici schiavi di etnia Bantu: la Maddalena. Tutte queste persone avrebbero dovute essere vendute come merce umana nel nuovo mondo, come era ormai prassi in quel periodo buio. Tra tutte queste persone era presente l’intera famiglia reale di Galanga che era “capitanata” da un nero che la storia avrebbe reso famoso col nome di Chico Rei per le sue imprese di rivolta nella zona di Minas Gerais.

La madre di Anastacia si chiamava Delmira ed era una donna dalla bellezza abbagliante, sensuale. Non appena toccò il suolo brasiliano venne venduta immediatamente per la somma di mille reais, una cifra veramente importante per quei tempi. La sua bellezza e la classe che la caratterizzavano si dimostrò per lei parte della sua condanna. Venne infatti violentata da uno dei suoi padroni e dopo nove mesi diede alla luce una bellissima bambina, dalla pelle scura e dagli occhi azzurri.

La tradizione tramanda che prima della nascita di Anastasia sua madre avrebbe vissuto per un certo periodo nello stato di Bahia. Si dice che avesse aiutato moltissimi schiavi a fuggire in cerca della libertà. Alla giovane Anastasia toccò la stessa sorte della madre. La sua bellezza attirò l’attenzione di uno dei figli del fazendeiro. Anastasia combattè fino all’ultimo per resistere agli assalti di quell’uomo, subì umiliazioni e torture. Dal momento che non aveva la minima intenzione di concedersi, il suo padrone escogitò un pretesto per darle una punizione esemplare. Venne accusata di essersi appropriata indebitamente di un po’ di zucchero di canna, lo stesso zucchero di canna che gli schiavi raccoglievano per i loro dominatori, per addolcire il caffè. Furono le mogli dei fazendeiros e le figlie, gelose della sua bellezza, a escogitare un tormento unico. Le venne messa una maschera di ferro in sfregio alla sua bellezza che le sarebbe stata tolta solo durante i parchi pasti principali. Anastasia fu costretta a portare questo giogo per anni. La maschera le causò ferite e lacerazioni al volto e nel corso del tempo il suo stato di salute, per le infezioni, peggiorò. I suoi padroni si trasferirono a Rio de Janeiro, dove passò i suoi ultimi giorni di vita in agonia per il tetano e gli stenti. Le sue spoglie vennero seppellite nella chiesa del Rosario che successivamente venne distrutta da un incendio. Documenti e prove della sua esistenza, oltre ai suoi resti mortali, si eclissarono in quell’incendio. Ma la sua fama superò ogni fiamma ed il suo ricordo accompagnò le generazioni di persone che lottarono per la libertà e la giustizia nei secoli a venire.

La schiava Anastasia è una delle figure più importanti della storia nera e viene celebrata come una vera e propria eroina. Nell’Umbanda viene annoverata tra le anime dei Pretos Velhos, gli antichi schiavi neri che patirono il giogo infame della schiavitù, per i cristiani è una vera e propria martire, nonostante la chiesa cattolica, per mancanza di prove certe sulla sua esistenza si esima da qualsiasi processo di canonizzazione. Ad oggi le si attribuiscono moltissimi miracoli, specialmente in ambito di salute e guarigione. Ma il primo miracolo avvenne dopo la sua morte. Il suo stesso aguzzino fu preso da rimorso e ne implorò post vitam il perdono, la fece seppellire in una chiesa ed al suo funerale parteciparono decine di schiavi che riconoscevano in quella donna un esempio di stoicismo, umanità, generosità e perdono.

OFFERTE AD ANASTASIA

Nell’Umbanda Anastasia “gira” nella falange dei Pretos Velhos. Le sue origini nobili la assurgono al livello di tanti altri spiriti che ingiustamente morirono nel periodo della schiavitù. Le sue offerte vengono eseguite di lunedì, giorno legato alla Linha das Almas. Le si accende una candela bianca o una candela bianca e nera e le si offre una tazza di caffè zuccherato con zucchero di canna. Mentre si mescola lo zucchero si fa la propria richiesta di protezione e benedizione alla “santa” o le si recita la sua famosa Orazione:

Sappiamo che qualcuno trasformò la tua vita in un martirio, violentando tirannicamente la tua giovinezza, vediamo nel tuo aspetto dolce, nel tuo viso delicato, tranquillo quella pace che le sofferenze non hanno saputo alterare. Eri pura, superiore, così tanto che Dio ti portò nei campi del Cielo e ti diede il potere di curare, di concedere grazie e migliaia di miracoli. Anastasia ti chiediamo ….. prega per noi, proteggici nel tuo manto di grazia e col tuo sguardo benigno, deciso e penetrante allontana da noi i mali del mondo e le persone malvage. Ti chiediamo questo per nostro Signore Gesù Cristo nell’unità dello Spirito Santo. Amen.

Ogni mattina prima di uscire di casa rivolgere un pensiero ed uno sguardo ad un’immagine di Anastasia. Si dice che questo porti la sua protezione per tutto il resto della giornata.

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L’Oracolo delle 4 conchiglie (Oborì o Alafià)

by on mar.30, 2012, under Umbanda

Presso gli yoruba della Nigeria esiste un sistema di divinazione basico chiamato Obì, si tratta di un oracolo ricavato dall’utilizzo dei semi di una pianta africana, la Cola Acuminata. Gli yoruba consideravano la Cola un albero sacro, simbolo della terra, del cosmo e di Olorun, il Dio Unico. Nella diaspora questo stesso sistema si è mantenuto, nello schema e nell’interpretazione delle combinazioni, ma ha modificato lo strumento di base, la noce di cola, sostituendola ora con quattro pezzi di cocco (a Cuba) ora con quattro conchiglie della famiglia della cipraea (talvolta chiamate nkobos). In Brasile questo tipo di divinazione è chiamata Jogo de Obori o Jogo de Alafià e viene eseguito attraverso quattro buzios (conchiglie) chiari.
Sostanzialmente si tratta di un oracolo geomantico a struttura binaria, la cui utilità all’interno dell’umbanda e delle altre tradizioni afroamericane è fondamentale.
A differenza del più complesso Jogo dos Buzios con sedici conchiglie, retaggio esclusivo dell’ordine sacerdotale, l’oracolo delle quattro conchiglie può essere consultato da chiunque, senza bisogno di essere iniziati e la sua utilità è imprescindibile per chiunque voglia consultare i propri Santi o il proprio Exù.
Secondo la tradizione, infatti, è principalmente Exù che risponde (e che viene interrogato) in questo tipo di oracolo, tuttavia può essere utilizzato anche per consultare gli altri Orixàs, i Pretos Velhos, i Caboclos e le altre entità cultuate nella diaspora.
La finalità di questo oracolo è fondamentalmente quella di portare le energie di un individuo in armonia, in vista di un cammino di luce e di uno stato di equilibrio fondamentale al fine di una vita serena e appagante. Nonostante siano presenti combinazioni negative, si potrà notare che lo scopo della consultazione di questo oracolo è quello di “sistemare” le cose. Ogni combinazione, anche la peggiore, offre sempre uno spiraglio, un suggerimento, una possibilità di riscatto attraverso cui lo sciamano può ricondurre la situazione in stato di irè, ossia di buona sorte, di equilibrio.
Il segreto di questo oracolo risiede, soprattutto, nelle domande poste, nel modo in cui si devono fare. A giusta domanda si avrà una giusta risposta, in grado di svelare l’arcano e di portare il consultante sulla strada della riuscita e del progresso.
Possiamo in un certo senso dire che il procedimento oracolare supera il mero svelare un segreto, non si limita a rispondere alla domanda, ma offre la possibilità di individuarne la soluzione, attraverso ulteriori lanci delle conchiglie, in una sorta di processo di “contrattazione” con l’entità consultata. Tutto è energia, tutto è vibrazione, anche uno stato di sofferenza ha un suo peso energetico che può essere alleggerito o addirittura annullato mediante l’utilizzo di energie si segno opposto, tramite pratiche spirituali, comportamenti o l’utilizzo di strumenti quali offerte particolari che vibrano di un’energia appropriata al fine che si vuole ottenere.
L’oracolo delle quattro conchiglie è un oracolo vivo, un dialogo con una guida spirituale che fondamentalmente vuole venire in nostro aiuto. E’ un oracolo fondamentalmente sciamanico, dal momento che pur avendo uno schema fisso di base nelle combinazioni, nasce in un’ottica di continua evoluzione. Non esiste mai una consultazione uguale ad un’altra, un rituale fisso: gli ebò, ossia le offerte, cambiano di volta in volta, starà al divinatore contrattare con l’entità il tipo di offerta da fare, in base al tipo di entità con cui si ha a che fare.
Il procedimento di consultazione è semplice, quasi banale nella sua linearità, eppure offre spunti di riflessione profondi e a volte complessi, come del resto lo è l’animo umano, in un’ottica di conoscenza profonda del proprio sè memore del consiglio inciso su una tavola di marmo alla porta del tempio del dio Apollo, a Delfi: gnozi s’autou, ossia conosci te stesso, lì sta il segreto.

Combinazioni principali dell’Oracolo di Oborì

Le conchiglie si interpretano dalla parte che viene aperta manualmente prima della consacrazione dello struumento oracolare, a seconda del numero di parti aperte che compare nel lancio si traggono cinque combinazioni principali.

Alafià: 4 conchiglie aperte. Alafià significa benedizione. Alafià è un mandala potente, ma non è detto che significhi per forza una risposta affermativa. Occorre essere molto cauti nell’interpretazione.

Eijala Ketu: 2 conchiglie aperte e due chiuse; la risposta è semplice, SI, la parola è in equilibrio. Tutto quello che il consultante chiede avviene o sta per avvenire, stando ben vigili ogni cosa prometterà per il meglio. La stabilità di questa lettera cade solo se il consultante impazzisce o adotta un comportamento capriccioso e sconsiderato. E’ la lettera migliore dell’oracolo e la consulta si chiude qui.

Okaran: 1 sola conchiglia aperta e tre chiuse; la risposta è NO; le tenebre coprono la luce delle benedizioni di Oxalà e degli “Orixàs freschi”. E’ un avvertimento che non va ignorato o sottovalutato. Segnala un processo involutivo. Il consultante ha portato se stesso ad un punto in cui la buona fortuna non può trovarlo. Questa lettera richiede un cambio di trend immediato e azioni decise.

Oyekun: 4 conchiglie chiuse. Quando cadono quattro pezzi con la parte scura esposta si dice che oyekun è in casa. In silenzio il divinatire si inginocchia e spruzza un po’ di pemba. La risposta di oyekun è NO, ma la presenza di questa lettera abbraccia anche cose relative alla spiritualità del consultante.

Etawa: 3 conchiglie aperte e una chiusa; è una lettera che viene con MINACCIA, simbolizza le tenebre in agguato. E’ un SI a condizione…direi un SI PERO’ . Porta osogbo (parola yoruba che indica uno stato di malasorte) e presto il consultante lo sperimenterà. La benedizione di Oxalà è presente, ma viene minacciata, questa lettera preannuncia instabilità.

Il sistema di interpretazione completo, la consacrazione delle conchiglie  e le varie combinazioni multiple, che permettono un approccio completo all’oracolo, lo potrete trovare all’interno del libro L’oracolo di Oborì, insieme ad una serie completa di rituali, pratiche, offerte e segreti per maneggiare al meglio questo favoloso strumento oracolare.

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OXOSSI, IL GRANDE CACCIATORE

by on feb.22, 2012, under Umbanda, Umbanda - Quimbanda


Oxossi
, che abbiamo già incontrato in alcune leggende, è l’Orixá della caccia, il Grande Spirito delle foreste e delle bestie feroci. Il “Signore della Mata”, con Ogum ed il potente Elegbará, forma la triade delle divinità guerriere del pantheon Yoruba. In Brasile é raffigurato come un guerriero indio armato d’arco e di frecce, adorno di penne e di ricchissimi e colorati capacetes.[1]Il cacciatore Oxossi é istinto, introspezione, strategia, ma anche abbondanza e sazietà. Nella vita quotidiana il suo axè si realizza nell’alimentazione, in tutto ciò che mangiamo, Lui è il nostro pane quotidiano. La caccia, infatti, altro non era, che l’unico sistema dei nostri antenati per procacciarsi il cibo. In quest’era di supermarket, l’antico Santo africano veglia su carboidrati, grassi, vitamine, calorie e proteine. Rivolgendosi a Lui non mancherà mai cibo sulle nostre tavole. Poiché cacciatore, Oxossi ha la capacità d’attaccare al momento giusto e con il minimo sforzo fisico, senza però la tracotanza e l’impulsività d’Ogum.

Di stirpe regale come Xangô, fu re d’Alakêto e il suo culto, ancor oggi molto vivo, si svolge nel folto della boscaglia.

In Brasile le divinità africane furono sincretizzate anche con gli Dei delle popolazioni indigene: Uiara,[2]Iurapuru Jaci,[3] Aimorè[4], etc. Questo fatto generò una credenza nuova all’interno della religione e diede vita al “Culto do Caboclo”[5] del quale Oxossi è la suprema divinità. I Caboclos sono gli spiriti degli Indio defunti che divennero divinità: venerate nella foresta, queste Entità fanno capo sempre alla divinità africana Oxossi. Il Culto do Caboclo non è separato dalla struttura afro-brasiliana, ma è perfettamente integrato nella stessa.

S’invoca il soccorso del Grande Spirito della foresta in tutte le questioni che richiedono una particolare strategia e intelligenza: utilissimo nella sollecita eliminazione di molti problemi, s’invoca nei lavori di cura o di guarigione. Non solo, il potente Axè del Signore delle foreste Oxossi è indicato per dimagrire oppure ingrassare: é quindi adatto per problemi d’anoressia o abulia; inoltre controlla il metabolismo e l’alimentazione.

Giornalisti, studenti e di tutti coloro che praticano meditazione trascendentale, spiritismo; s’interessano alle medicine alternative o alle pratiche spirituali, possono tranquillamente chiedere il soccorso del Santo e della sua numerosa falange di caboclos, per ottenere in breve tempo soddisfazione e veder realizzate le loro attese.

Il Santo cattolico che nel sincretismo nasconde Oxossiè San Sebastiano, sicuramente per le numerose frecce che ferirono il corpo del martire cristiano. La sua collana rituale è composta di perline verdi.



[1] Elmi

[2]Dea madre delle acque.

[3]Dea della luna.

[4]Spirito delle foreste.

[5]Se ne parlerà dettagliatamente più innanzi.

[6]Solo Ibualama fa eccezione pretendendo, talvolta, anche un goccetto di dendê nel suo amalá.


Oferendas

Giorno della settimana: giovedì

Numero rituale: 4

Curiador: vino rosso

Colore: verde

Fiore: di campo

Frutto: bananinha do mato, cocco

Piatto: di coccio

Olio: d’oliva[1]

Amalás: granoturco giallo, miele, cocco, cacciagione

Condimenti: sale cipolla

Omaggio: sigaro e fiammiferi

Orikì: Okê


[1]Solo Ibualama fa eccezione pretendendo, talvolta, anche un goccetto di dendê nel suo amalá.

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OGUM, IL GUERRIERO

by on feb.22, 2012, under Umbanda, Umbanda - Quimbanda

Ogum, figlio del vecchio Oxalufá Igbà Ibò e della bella e giovane Oduduá Iemmú, è il signore del ferro, della guerra, della metallurgia e, per esteso, del lavoro legato a questo metallo. In Africa era lo spirito tutelare dell’omonimo fiume nigeriano. Determinato, energico, impetuoso e istintivo, Ogum risolve rapidamente ogni problema pratico. Lui non conosce ostacoli e con la sua spada apre tutte le strade, spirituali e materiali. Compagno inseparabile d’Exú e amico del valoroso Oxossi, il prode Ogum fa del coraggio, della determinazione e del valore i suoi punti di forza, Lui è la vittoria.
Il Santo Guerriero ha fortissime affinità con gli influssi astrologici di Marte e col segno dell’Ariete: il suo colore principale è il rosso (la collana rituale è composta di perline di questo colore), anche se alcuni Ogums lavorano con il verde, il blu e con il nero.
A cavallo del suo destriero e brandendo la spada va all’attacco del male, sotto qualsiasi forma si nasconda. A livello esoterico, la spada, simbolizza anche la facoltà analitica ed è lo strumento principe in grado di segmentare il complesso, in elementi più semplici. Con la spada Ogum, dissolve le complesse egregore spirituali, sbaraglia gli ostacoli e muta gli elementi rendendoli utili al nutrimento della propria essenza.
Simbolo fallico, metafora della penetrazione, la spada d’Ogum non ha però facoltà creatrice, si limita a mutare, adattare, scolpire o distruggere la materia complessa e frammentarla.
Secondo la leggenda Yansã fu la prima amatissima moglie d’Ogum, che lasciò per unirsi a Xangô, il Signore delle pietre e dei lampi. La bella e battagliera Yansã non divenne mai madre, poiché i suoi amplessi con Ogum non generarono figli. Si sa soltanto che, da una Yansã originaria, chiamata Oyá, nume tutelare del fiume Niger, ne derivarono nove. Si racconta che fu proprio la spada del suo compagno a frammentarla in un impeto d’ira e di gelosia, in nove Yansã, tutte specifiche e differenti nelle loro proprietà, ma sommandole, il totale rivela un’Oyà primordiale e molto complessa.
La spada d’Ogum rappresenta la mitica Excalibur, ma anche il bisturi del chirurgo, il pugnale del sicario, la mannaia del boia: inoltre esprime il concetto di metallicità nel suo aspetto più drammatico, che si manifesta nelle contorte lamiere delle automobili, dopo un incidente mortale.
La vibrazione dell’antico guerriero yoruba è presente anche in molti altri Santi armati di spada, come Oxaguián, Yansã e Xangô Alafi, di un rasoio come Obá, oppure di pugnale, Exú.
Il fatto che Xangô, nemico per antonomasia d’Ogum, abbia tra i suoi strumenti la spada, dimostra ancora una volta, la provenienza di tutti gli Orixás da un’unica fonte primordiale, il Grande Padre Olorúm.
Il vegetale che sintetizza l’Axé della spada d’Ogum è la sansevieria, che in Brasile è chiamata, spada di San Giorgio.
Le persone rette da quest’Orixá, hanno una caratteristica che li accomuna, difficilmente si lasciano dominare dalle emozioni, che considerano ossessioni da reprimere o razionalizzare. Solo Ogum Jà (una delle manifestazioni più spirituali del Santo) è molto sensibile e sentimentale.
I governati da Ogum devono evitare l’uso smodato di bevande alcoliche, i litigi e la guida veloce, perché potrebbero incorrere in incidenti automobilistici anche gravi.
Tutti sportivi, dal carattere combattivo e grandi lavoratori, soffrono di mal di testa e di problemi cronici al fegato: una curiosità, tra i figli d’Ogum vi sono rivoluzionari, politici, medici, militari e ladri. Testo tratto dal libro Atabaques, Edizioni Il Crogiuolo.

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Giorno: martedì

Numero rituale: sette

Curiador: birra chiara

Colore: rosso

Fiore: garofano bianco o rosso

Frutto: cocco

Tovaglia: rossa

Piatto: di coccio

Bicchiere: comune

Olio: dendê

Amalás: carne cotta ai ferri, fagioli di Spagna, caprone, gallo, igname

Condimenti: cipolla, alloro, peperoncino

Omaggio: sigaro e scatola di fiammiferi

Orikì: Ogum Yeé

 

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OYÁ/YANSÃ IL VENTO E LE TEMPESTE

by on feb.22, 2012, under Umbanda

Signora dei venti, delle bufere e dei temporali, Santa Barbara, è Yansã la regina di Koso, una delle tre mogli di Xangô. L’amazzone dalla pelle d’ebano é una delle Yabàs più conosciute e venerate di tutto il Brasile. Bella, di una bellezza selvaggia e aggressiva che non ha bisogno di trucchi o cosmetici per apparire, è passionale, focosa ed ardente come le donne commemorate dal famoso scrittore Jorge Amado nei suoi romanzi. Yansà non accetta vincoli o compromessi di nessun genere: la sua furia, nel momento dell’ira è più violenta e incontenibile di quella dello stesso Xangô. Anticamente Ojà era il nume tutelare del fiume Niger. Figlia di Yemanjá e Aganjú, prima di sposarsi con Xangô, Yansã fu compagnaindomita d’Ogum Aiakà, il Rompe Mato Signore delle foreste; ma si raccontano anche alcune sue scappatelle con Oxossi Akerà. Secondo la leggenda Yansã sottrasse a Xangô il segreto per lanciare fuoco dalla bocca, e d’allora l’intrepida Yabà lancia fulmini, saette e scariche elettriche contro i suoi avversari, folgorandoli senza pietà e in maniera definitiva.

Yansã è la “Guerriera” per eccellenza che combatte per la giustizia, fiera e sfrontata sì, ma mai tracotante. Le medium quando la incorporano portano al collo una collana di perline rosso granata e brandiscono l’eruexim[1]oppure una foglia della pianta “la spada di Santa Barbara”, che é il suo simbolo.

Riceve gli ebòs vicino alle pietraie, dove gira l’energia di Xangô; ai piedi delle cascate, fra i sassi; preferibilmente in luoghi molto ventilati.

Yansã regge i sentimenti forti e audaci, pertanto i suoi figli e figlie si contraddistinguono per passionalità, allegria, capacità d’adattamento e rapidità di pensiero. Tradizionalmente ci sono nove Oyás e le leggende imputano questo fatto ad Ogum: molto più semplicemente, le nove Oyás potrebbero rappresentare i maggiori affluenti del delta del Niger, che, guarda caso sono nove. Le sue manifestazioni sono legate essenzialmente ai vari modi di presentarsi ed ai miti legati alla sua vita: gioventù, maturità e vecchiaia. Le affinità tra Yansã e Pomba Girasono molte e leggendo le caratteristiche dei caratteri delle sue figlie, scoprirete il perché.



[1] Frustino fatto con una coda di cavallo. Viene utilizzato per scacciare gli Egúns,i morti che tornano dall’oltretomba nei sogni o nelle infestazioni domestiche.

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Giorno della settimana: mercoledì

Numero rituale: 9

Curiador: moscato, spumante dolce

Colore: rosso granata, giallo arancio, marrone

Fiore: rosa tea

Frutto: mela, prugna, mango

Piatto: di coccio

Bicchiere: coppa

Olio: dendê

Amalás: igname, uova, miele, fagioli dell’occhio, gamberi secchi, carne di capra

Condimenti: sale, cipolla, alloro, peperoncino

Omaggio: nastri gialli

Orikì: Epparrey Oyá

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OXÚM LA SIGNORA DELLE ACQUE DOLCI

by on feb.22, 2012, under Umbanda, Umbanda - Quimbanda

Se diamo uno sguardo al passato noteremo, che tutte le grandi civiltà e le più importanti culture della storia dell’uomo, sorsero in prossimità di un grande corso d’acqua. Gli antichi Egiziani costruirono vicino al Nilo le loro città; la cultura mesopotamica si sviluppò sul Tigri e l’Eufrate; i cinesi espansero la loro cultura sulle sponde del fiume Giallo. Ancor oggi la presenza di un fiume significa acqua per l’uomo e per i suoi animali, la crescita dei prodotti della sua terra. L’acqua é sinonimo di vita, di progresso é abbondanza e sviluppo: ma non solo, un corso d’acqua favorisce gli spostamenti, i trasporti e soprattutto, i contatti con altre popolazioni, perciò la comunicazione e lo scambio culturale. In Europa occidentale, nel periodo medievale, i fiumi rappresentavano la via di comunicazione più sicura, meno costosa e funzionale.

Il pantheon yoruba contempla una differenza sostanziale tra l’acqua dolce di fiume e quella salata del mare, a quest’ultima, infatti, attribuisce una precedenza cronologica e mitica. Tuttavia l’importanza dell’acqua dolce e potabile è rilevata dal fatto che le Yabàs, che governano quest’elemento sono quattro, tre delle quali sono mogli o amanti dell’Orixá Xangô: la dorata Oxúm, la combattiva Oyá, la fedele Obá e l’atavica Ewá.

Le prime tre Yabàs, rappresentano gli aspetti fondamentali del fiume ed i modi dell’uomo di vivere ed impiegare le sue acque. Nella prima s’identifica l’acqua usata per irrigare i campi e consente la germinazione dei semi, mantenendo il corso della vita. La seconda é l’energia del fiume, la sua turbolenza: la terza infine, Obà, rappresenta le possibilità motorie, l’impiego dei corsi d’acqua per spostarsi e viaggiare.

Ma torniamo alla bellissima e provocante Oxúm, l’incontrastata dea del fascino, dell’amore, del sorriso e della bellezza, una sorta d’Afrodite dalla pelle d’ebano. Nata dal mare come Yemanjá, la signora dell’acqua dolce é soggetta a passioni non sempre spirituali e caste, ma a Lei si perdona tutto.

Ci si rivolge, a quest’affascinante Yabà è “Yeyè” ovvero Dolce Madre, poiché Oxum é simbolo di fecondità e parto. Lei è madre, tuttavia la sua maternità si considera in un modo diverso e certamente molto più complesso di quella di Yemanjà.

Nell’aspetto di “Signora della Concezione”, Oxúm concepisce a livello intellettuale con la creatività artistica, la fecondità dialettica ed in questo senso é madre in potenza.

Il partorire d’Oxúm non è necessariamente legato al fenomeno fisico e del resto la Yabà ha avuto un solo figlio, e questo non è sufficiente a classificare una divinità come madre. Inoltre si deve tener presente che, a suo figlio Logùn Edè, non é riconosciuto ne tributato in Brasile, e neppure in altri paesi dell’America Latina, un culto assiduo o importante.[1] A Cuba, ad esempio, nessun Pais do Santo lo conosce ed il culto d’Inlé, una delle manifestazioni d’Oxossi, suo padre, tende a scomparire per la severità dei precetti imposti ai fedeli.

Inoltre, le imprese di Logùn Edé non vanno oltre la leggenda di cui parleremo, perciò, quest’Orixà non é neppure molto produttivo dal punto di vista mitico[2]

Musa delle arti, Oxum é venerata in Brasile come Signora dell’amore fisico e sentimentale: tutti conoscono il suo inestinguibile languore amoroso. Dolce come il suo miele, nessuno le resiste, nemmeno il dio Padre Olorum, e nella leggenda legata ad Omulú Ajunsúm, il suo potere di convincimento è risaltato enormemente. Se la provocante Pomba Gira è il simbolo dell’attrazione sessuale, la languida Oxúm, si ferma un centimetro prima. È come disquisire sulla differenza tra erotismo e pornografia, ognuno può darne una definizione diversa e soggettiva.

Oxúm è il desiderio e Pomba Gira la voglia, ma potrebbe essere anche il contrario.

Nel Candomblé, tutti i riti d’amore ed i bagni d’attrazione sono caricati con il suo axè.

Il culto dell’Umbanda ha purificato la leziosa Yabà del suo aspetto più sensuale, ma questo è stato un errore gravissimo. In Oxúm non è ravvisabile il peccato: la sua spontaneità e l’ingenua naturalezza ne fanno una figura sacra, sia a livello umano sia divino. In Lei il male, il peccato e di conseguenza la colpa, sono inesistenti, perché Lei è così, affinché la vita possa continuare.

L’acqua dolce d’Oxúm si usa, non solo per far crescere i cereali e le piante, ma anche per mondarsi dalle impurità materiali, spirituali e per nutrire il proprio corpo. È l’acqua della vita, senza di Lei nulla é possibile: la bella e intrigante Oxúm è sempre innamorata, ama mischiarsi a tutto e a tutti, ma del resto Lei é l’acqua, il solvente universale.

Nei riti, per evocare Oxúm, s’indossano collane di perline gialle, che é il suo colore.

Considerata amorevole e dolce, YeYé sa vendicarsi dei suoi nemici, in modo crudele, colpendoli ai genitali e all’intestino. In Brasile non sono pochi gli aneddoti che si raccontano su persone che, non mantenendo fede ad una promessa fatta alla “Madre delle acque dolci”, ne sono diventate tristemente vittime.

Secondo la tradizione africana, le manifestazioni d’Oxúm sono sedici; alcune di queste hanno un valore unicamente iniziatico e sono generalmente legate ad Orunmilá, il destino; altre invece, più umanizzate, si manifestano nelle persone con caratteristiche e modalità differenti.

Vediamo adesso di analizzare le Oxùms più note.



[1]La moderna Umbanda lo ha quasi completamente dimenticato.

[2]Con questo non voglio assolutamente screditare la figura di questo Santo al quale tantissimo sono legato per motivi personali.

Oferendas

Giorno della settimana: sabato

Numero rituale: 5 e 16

Curiador: spumante dolce, champagne

Colore: giallo, celeste

Fiore: rosa gialla

Frutto: uva, bergamotto, arancia, ciliegia, melone

Piatto: scodella di ceramica

Bicchiere: coppa

Olio: oliva

Amalás: zucca, miele, uova, gamberi secchi, noccioline americane, fagioli dell’occhio

Condimenti: sale, cipolla, aglio, zucchero bianco, limone

Omaggio: nastri gialli, pettine, specchio, profumi, cosmetici vari

Orikì: Ore Yeyè ô

 

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XANGÔ, FUOCO E PIETRA

by on feb.22, 2012, under Umbanda, Umbanda - Quimbanda


Xangô è la giustizia, l’ordine e l’equilibrio, ed ha tutte le caratteristiche del mitico Giove, sovrano dell’Olimpo greco, Dio degli Dei. Xangô re d’Oyò è uno degli Orixàs più venerati del pantheon Yoruba. La giustizia, che Xangô rappresenta, non é l’apparato legale di una nazione, va molto oltre la comprensione umana. E’ la Legge universale di Dio, anche se talvolta s’identifica con quella di una tradizione o di una cultura. L’uomo tende spesso a giudicare ingiusto ciò che lo coglie impreparato o va contro le sue speranze ed i suoi progetti.  La morte prematura di un figlio è ingiusta e innaturale agli occhi dei genitori; in realtà è un evento naturale per una Legge che trascende la giustizia umana.

L’arma di Xangô, un’ascia a due lame, esprime fortemente il concetto della relatività della giustizia terrena, infatti, ciò che è giusto oggi può non esserlo domani. Sulla terra il tempo é creato dall’uomo, ma in Xangô é presente un orologio le cui lancette sono d’Ifá, il Signore del destino, che governa su tutta la creazione.

Deciso, forte e valoroso è il simbolo delle istituzioni, della stabilità e del buon governo. Padre all’antica, autoritario, deciso e irremovibile è l’uomo d’onore per eccellenza. Xangô galante e donnaiolo è lo sposo delle belle Obá, Oxúm e Yansã, i tre fiumi della Nigeria.

Il dominio del potente Signore delle pietraie si estende al fuoco, ai tuoni, ai fulmini e alle rocce; Lui può essere esplosivo come un vulcano, la sua voce è quella del tuono di cui è padrone.

Caò kabiecilè!” si dice quando si avvicina la tempesta “Ekuà, Ekuà meu Pai[1]“. La furia del roboante Xangô é terribile, non conosce lim,iti o misure di sorta. Solo Oxalà, riesce a calmare questa forza della natura e placare la sua ira: perciò, se avete sentore che l’ira di questo Orixà si é abbattuta su di voi rivolgetevi subito al Capo delle Sette Linee chiedendo umilmente, con un eappropriato, il suo soccorso, per evitare seri guai.

Passione cieca, smodato desiderio, tradimento, tracotanza e violenza sono i difetti più evidenti di Xangô, che, per alcune caratteristiche è molto simile al grande Ogum. Secondo la leggenda, originariamente Xangô e Ogum indossavano entrambi una collana di perline rosse; fu il vecchio Oxalufá[2](Igba Ibò) ad incoronare Xangô come quarto re del regno d’Oyò, e a donargli una collana di sei perline bianche e sei rosse alternate, per rilevare la sua stirpe regale.

Si racconta che il re del regno d’Oyò fosse sempre in guerra con i popoli confinanti, sui quali riusciva sempre ad avere la meglio. Un giorno giunsero nel suo regno due guerrieri delle città assediate; Túnin, chiamato anche Agbalé Olofa Inán “Colui che scaglia frecce di fuoco” e Gbonkà, che era alto e forte come un gigante. I due chiesero all’imbattibile re d’Oyò insegnargli la vera arte della guerra.

Xangô accettò, ma si limitò negli insegnamenti, temendo una futura rappresaglia, anche perché i due giovani guerrieri, acquisivano ogni giorno sempre più fama e reputazione presso il suo popolo. Giunse infine il giorno della guerra e Agbalé Olofa Inán e Gbonkà, davanti ai dodici ministri istituiti da Xangô dissero, che erano disposti anche a morire per provare la fedeltà al loro re e che Xangô, se lo desiderava, poteva togliergli subito la vita, con la sua stessa mano. Detto fatto il Re dei tuoni, fece costruire una pira e ordinò che fossero bruciati vivi. Preparato il rogo, i due giovani, secondo la volontà di Xangò furono gettati fra le fiamme, ma per incanto il fuoco non lambì neppure la loro pelle. Irritato il Re di Oyò, decise che dovevano camminare sui carboni ardenti, ed i due eroi superarono anche quella prova. Adirato, Xangô ordinò che fossero gettati nell’olio bollente; nulla, i due resistettero anche a quella feroce tortura. Demoralizzato per l’errore commesso e umiliato, il Signore dei tuoni, sparì davanti alla folla stupefatta e disorientata da quei prodigi. I giorni che seguirono furono i peggiori a memoria d’uomo, per il regno d’Oyo, che vide esplodere una terribile violenza tra la sua gente; nascite di bambini deformi; lampi e tuoni paurosi e saette minacciose serpeggiare nei cieli. Tutti imputarono questa serie di disgrazie a Xangô: “È diventato un Orixá!” dicevano impauriti.

Túnin e Gbonkà tornarono ai loro paesi, sparirono nel frattempo anche Oxúm e Oyá, le due favorite di Xangô. I Mangbàs, che erano i ministri del regno, interrogarono i sacerdoti che confermarono i sospetti del popolo, il loro Re era diventato un Orixà. Fu subito istituito un culto per il nuovo Orixà, al quale attribuirono a livello spirituale, le stesse preferenze personali che Xangô aveva in vita: gli offrirono i cibi, le bevande, gli oggetti che più amava nel tentativo d’imbonirlo. Subito le tempeste si placarono, finirono le violenze e la gente ritrovò la pace. I Saggi organizzarono così un consiglio di nuovi ministri, che incaricarono di mantenere per sempre vivo, il culto del nuovo Orixà, “Xangò”. I ministri scelti erano i vecchi re, principi e governanti dei territori conquistati dal prode Xangô quand’era in vita.

Nel Candomblé il ricordo di questo “Consiglio” è mantenuto nel gotha dei dodici Ogãs[3]più vecchi del Terreiro. La superiorità e il prestigio degli Ogas si evidenzia ancor oggi é indispensabile, infatti, chiedere la loro opinione prima di prendere qualsiasi decisione. Alla morte di un Ogas, la carica passa subito ad un altro, affinché il loro trono (sono seduti alla destra e alla sinistra del sacerdote), non sia mai vacante.

Nel Jogo do búzios,[4]Xangô parla nella dodicesima Odu, chiamata Ejila Xeborá, e dodici sono anche le sue manifestazioni e i ministri del suo leggendario regno.



[1]Lett. Pietà, Pietà “Padre Mio”.

[2]Metafora del dio in terra, che viene a legittimare la monarchia teocratica di Xangô.

[3]Membri del Terreiro con obblighi rituali.

[4]Oracolo africano a struttura geomantica.

 

Oferendas

Giorno della settimana: mercoledì

Numero rituale: 4

Curiador: birra scura

Colore: rosso, marrone (Xangô vecchi)

Fiore: garofano bianco, palma rossa

Frutto: mela, banana

Piatto: secondo le circostanze di coccio o di ceramica

Bicchiere: non ne usa. La birra gli va offerta in una bottiglietta di vetro.

Olio: dendê

Amalás: gombos, mais bianco, miele, fagioli dell’occhio

Condimenti: sale, cipolla

Omaggio: sigaro e fiammiferi

Orikí: Caò Kabiecilè

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